È argomento da non lasciare al maneggio di addetti ai lavori,
esperti o politici, che mostrano a volte le terga a volte il
pugno minaccioso. Il copione si riapre spesso ma, lì per lì per
essere messo in scena, c’è sempre chi lo sconsiglia avendo
sbirciato dal sipario socchiuso.
Si tratta della riforma della Giustizia. Mentre il cittadino è
svagato. Ricordo bene il dibattito sul tema di certi anni,
concludendo come “il Giudice” sia “l’ultima chance” non per la
generalità dei cittadini ma per i più deboli.
Per la “piccola persona”, che può essere ognuno di noi, il bene
è proprio un Giudice che contrasti chi oltraggia la società e
non venendo a patti con lui.
Tale pensiero cominciò con l’avvento dello Statuto dei diritti
dei lavoratori del 1970; era doveroso partecipare al dibattito
sul tema che animava anche Marco Ramat, un giudice dalla cultura
politica differente dalla mia, e Romano De Grazia, giudice
lametino, sensibile al popolarismo cattolico.
La Magistratura stava organizzandosi in correnti motteggiando
l’ordine politico. Fu un errore. La sinistra impose l’idea della
Magistratura come Corpo Intermedio con finalità rivendicative.
Non lo era in tutta evidenza. Tuttavia attribuire alle correnti
della Magistratura o alla unicità delle carriere la persistenza
del problema della Giustizia in Italia, che c’è, equivale a
guardare la tv a televisore spento. Oggi molteplici timori
inducono a trovare comodità utili per non affrontare il senso
tragico della vita che non riusciremo a risolvere nemmeno con la
Intelligenza Artificiale!
L’intrigo “diventa una specie di ossigeno che sostiene”,
ovunque, la battaglia per il potere, come indica Ugo Betti,
Giudice e poi drammaturgo. Egli dirà in un suo lavoro: “tanto
dopo un poco di tempo la città già si occupa di altro” poiché
“al sasso che va a fondo l’acqua del lago torna tranquilla”.
Lasciare che tutto ciò accada è vanificare quella “aurea
chance”, dileguandosi la missione del Giudice.