Da tempo infilo nei miei fondini, quando la coerenza con il tema
lo consente, una considerazione: i fenomeni migratori non sono
episodi, anzi sono sempre avvenuti fin da epoca preistorica.
Oggi i “rifugiati” sono residuali rispetto agli “economici” ma
non lo si ammette, a costo di massacri in mare e sulla
terraferma.
La chiave di lettura è la inevitabilità. L’invasione coloniale
impose molteplici lingue, almeno otto. L’emigrazione attuale
verso Occidente invece è portatrice solamente di tre ceppi
linguistici accanto alla propensione alla riproduzione di tanto
maggiore rispetto alle popolazioni ospitanti, elementi di forte
impatto sociale.
Molti paesi europei e americani da secoli hanno sperimentato
l’integrazione, pur in modo contradittorio, non l’Italia e
quindi abbiamo difficoltà a trovare soluzioni al problema che
non sia la richiesta di modifiche al Trattato di Dublino ed
associandoci a richiedere ai paesi dell’Est alla Turchia o al
Magreb di essere luoghi di sbarramento del flusso migratorio.
Inevitabile il rischio dell’Italia di essere travolta senza
adeguate misure sociali ed istituzionali per la convivenza fra
culture diverse.