Diceva di sapere pescare dalla riva. Con il mare calmo l’acqua
gli arrivava ai pantaloncini corti sdruciti arrotolati da
sembrare uno slip. Usava il “triuzzo”, arnese fatto da tre ami
legati insieme con un filo stretto stretto,
Al primo sole caldo si interrompeva la pesca e mio fratello
andava a preparare la stufa di sabbia che più tardi sarebbe
stata usata dalla mia prozia, l’unica cura che sembrava darle
sollievo, poi in inverno, per il “dolore”: così veniva chiamato
come fosse uno di famiglia costringendola a letto per tre giorni
al mese.
Figlio di un padre sconosciuto e di una madre malata, così ci
disse, sapeva che a metà del pranzo quotidiano mio fratello
avrebbe imbucato più della metà del suo cibo nella tasca del
pantaloncino o sotto la maglietta e con discrezione sarebbe
scivolato via dalla sedia, diciamo senza farsene accorgere, ma
tutti della mia famiglia numerosa sapevano di quel piccolo
segreto, solamente non lo davano a vedere.
Con il fagottino andava sulla spiaggia, guardava attorno per
rintracciare il suo amichetto, sotto quale “varca” tirata in
secco si fosse rifugiato all’ombra. Gli consegnava il pane e il
companatico e aspettava che Francuzzo finisse il suo pasto
frugale. Poi, qualche parola ed appena comparissero gli amici
per la partitina di calcio sulla sabbia, si allontanava, senza
salutare. Durò qualche estate.
Da adulto lo incontrai un giorno e fummo felici di ritrovarci.
Non ci dicemmo nulla di quei giorni dell’adolescenza: si era
fatta una famiglia e viveva a Rende. Non lo incontrai più.
Tuttavia ancora ricordo i suoi occhi tristi ed i suoi silenzi
fatti di sapienza antica e di scetticismo, disposto a credere a
tutto, tanto della delusione se ne sarebbe fatta una ragione.
Conoscevo poco di lui, ma lo ricordo, non avendo mai saputo chi
in realtà egli fosse!