Anni e anni addietro mi sono imbattuto in un vecchio libro di
Otto Vossler che tratta dell’”Idea di Nazione”. Ogni tanto lo
riapro con delicatezza. Vi si legge: il nazionalismo è la forza
politica più caratteristica del 1800/1900. Come il 1500 il 1600
si possono chiamare i secoli delle guerre di religione e da lì
fino al 1700 quelli dell’illuminismo.
Soddisfatta questa partizione per i “colti”, si sostiene che una
nazione è ciò che vuole essere una nazione. In suo nome irruppe
la liberazione collettiva dall’oppressione, compromettendola
successivamente perché utilizzata, a volte, per opprimere ancor
più ferocemente. E se l’oppresso è una sola persona, egli si
adatta, ma se è un popolo esso può insorgere in qualunque
momento. Ciò interessa tutti i popoli ma è diverso seguendo le
orme che lasciano gli ebrei.
Esse sono la loro identità: l’Ebreo è Ebreo perché lo chiamano
Ebreo, è Ebreo perché mostra di essere Ebreo, è Ebreo perché lo
è. La sintesi è di Jean Paul Sartre.
Vuole essere popolo, non gli interessa la nazione, semmai oggi
interessa uno Stato “occasionale”, volendo sopravvivere dopo
avere subito il tentativo dell’annientamento. La sua terra
simbolo è la Palestina, occupata da altro popolo che anch’esso
ha diritto ad utilizzare lo stesso territorio.
La coabitazione, nella distinzione, tutti riconoscono essere la
maniera che risolverebbe. Solo apparentemente perché rimane
irrisolta la “coazione a ripetere” dai tempi del “pasticcio” di
Abramo, una delle suggestioni più misteriose che la storia degli
uomini abbia interiorizzato.