Conosco il Precariato per averlo combattuto assieme a politiche
straccione e burocrazie nevrotiche. È certamente positivo
ottenere un lavoro dopo anni e anni di disoccupazione o
inoccupazione giovanile e non; ma il sistema del precariato
piega il lavoratore alla dinamica della proroga o della
espulsione, aumentandone la subalternità personale e sociale.
Fior di studiosi lo definiscono la frontiera del nuovo sviluppo
cui danno il dolce nome di “lavoro flessibile”. Ma un
imprenditore o una Istituzione pubblica non sa che la capacità
del lavoratore aumenta se approfondisce le sue esperienze
applicative, specialmente nella società tecnologica? non sa che
la produttività della azienda dipende dalla specializzazione dei
suoi addetti e dalla loro serenità? Non sa che il valore del
prodotto dipende molto dal sapere inserire il lavoratore nel
processo produttivo, una volta selezionato per le mansioni
offerte?
Dunque, perché il datore di lavoro accetta o finanche favorisce
il precariato? Contratti a termine, Voucher, Lavori a progetto,
ecc? Se ne deduce che la produttività non interessa più di
tanto. Il successo non entra più negli orizzonti della azienda,
privata o pubblica. Alla fine qualcuno ci penserà. Così si
depriva il sistema di un principio liberale, con la conseguenza
di un affidarsi ad un sistema dirigistico che prelude di fatto
ad un regime neo comunistico di un “ritorno al futuro” senza la
visione etica di quell’altro tramontato, dove gli
Stati si orientano al puro sostegno economico “a debito”, in un
contesto che impoverisce i più, oscurate le dottrine sociali
solidaristiche, messe da parte da quelle “bugiarde”
efficientistiche.
È questo depauperamento nelle relazioni sociali che impaurisce
per lo sminuire il valore etico della responsabilità della
impresa privata o dell’Ente pubblico, acquisibile solamente
dalla stabilità del rapporto di lavoro.