Gianni
Barbacetto su “Il fatto quotidiano” ha confessato che in
Lombardia è avvenuta la più grande disfatta immaginabile: non si
è saputo affrontare la minaccia del Corona Virus.
Citava poi
l’azione del Presidente Regione Campania De Luca che non mancava
di appellare sceriffo. Molte reazioni soddisfatte, perché
l’argomento ha suggerito una sorta di compenso almeno emotivo
per i meridionali, come se una squadra di calcio del sud avesse
vinto una blasonata avversaria del Nord. Insomma una specie di
“sbracciata” all’errore dell’avversario.
Finalmente un
lombardo si indigna per la grandeur milanese niente affatto
grande per come ha ridotto la sanità pubblica. Mi risulta che
Barbacetto da almeno due anni indaghi sulla scelta in Lombardia
di favorire il privato. Io stesso lo confermo, avendo visitato
un giorno di dieci anni fa, per apprendere, la organizzazione
sanitaria sia del privato di eccellenza milanese sia della
organizzazione del pubblico ospedaliero. Già allora le
differenze erano enormi anche se come al solito le
professionalità nel pubblico erano eccellenti, al Niguarda per
esempio, ma le ristrettezze finanziarie erano anch’esse
evidenti.
Molto negativa
la gestione della sanità pubblica lombarda, di tutta evidenza in
questi giorni terribili. Ma la reprimenda alla gestione
milanese, piena densa di sicumera e invincibilità spocchiosa
mostrata quotidianamente in TV dai suoi responsabili, non
attenua la drammaticità della situazione sanitaria al Sud.
Insomma la crisi
del “Welfare State” è generale nel Paese perché all’equivoco
pubblico-privato non si risponde con la contrapposizione dei due
mondi, ma con la inaugurazione della epoca del “Welfare
Society”, come sostiene Stefano Zamagni*:
ammettendo cioè anzitutto che
la salute non è un bene privato, pur garantito a tutti, ma un
bene integralmente pubblico. Da qui la necessità di tornare a
valorizzare innanzitutto il sistema del medico di medicina
generale sul territorio, quella specialistica e la prevenzione a
tutti i livelli.
Nessuno si è
data la pena di verificare nei tempi addietro quel che di buono
si stava facendo al Cotugno di Napoli, anzi il giornalismo
televisivo di inchiesta ha fatto strame della organizzazione
ospedaliera napoletana e tuttavia non ho motivo di negarne le
buone ragioni.
Detto questo,
non mi è piaciuta la battuta che ha evocato “lo sceriffo De
Luca” che non compensa nulla, né a Nord né a Sud.
I temi della
politica sanitaria milanese rimangono tali; così come rimangono
quelli campani e calabresi e del mezzogiorno e nazionali.