I miei decisero che Wilmer (Vilmerio è il nome
all'anagrafe, ma le persone che mi sono più vicine mi chiamano
Wilmer) avrebbe fatto il dottore e mio padre aggiunse che una
volta raggiunto l'obiettivo dovevo sempre ricordarmi delle mie
origini operaie e di esercitare la professione cercando sempre
di aiutare i più deboli. Così dopo il liceo, anche se mi sarebbe
piaciuto fare altro, ad esempio il professore di storia o il
direttore d'orchestra, per non deluderli ho iniziato a studiare
medicina. Firenze mi ha accolto negli anni in cui si voleva
cambiare il mondo. Io appartengo a quella generazione che
cantava Guccini e De André, che ha partecipato ad una
manifestazione per il Cile, che ha letto II lupo nella steppa, e
Frammenti di un discorso amoroso, che ha visto Fragole e sangue
e Arancia meccanica. La medicina poteva attendere. Con molti
sacrifici, anche perché la natura mi ha dotato di una buona
memoria,pur facendo lo studente lavoratore per le vicissitudini
della vita,intervallato da venti mesi di servizio civile, quando
erano pochi gli obiettori di coscienza, eccomi laureato. Vorrei
qui ringraziare i miei Soci del periodo universitario, i famosi
"Setoloni" e "Pelosi storici" che vedo in foto ogni mattina nel
mio ufficio e che periodicamente incontro ancora, parlando però
sempre del futuro. Gigli Vilmerio dottore in medicina e
chirurgia. Papà da lassù avrà sorriso, mia mamma ne era fiera,
peccato che unanno dopo mi ha lasciato anche lei.. Sapete qual è stato il mio grande problema da medico? Penserete, curare in maniera adeguata le persone, ed
invece no. Oggi sembrerebbe assurdo, ma non avevo la patente e non
sapevo guidare alcun mezzo di locomozione a motore. Ero un
laureato senza patente di guida. Persino Ernesto Guevara, il
"Che", insieme ad Alberto Granado aveva fatto un giro
dell'America latina con la "poderosa", quindi se uno dei miei
miti (Guevara era medico) , guidava motociclette, anche io per
quanto alternativo potessi essere, mi sarei adattato a tenere un
volante in mano. La scuola guida, le precedenze, sono state per
me, più indecifrabili di una classificazione TNM dei tumori, e
poi domare quel cavallo di lamiera che quando mi fermavo si
spegneva, perché nessuno mi aveva detto di tenere il piede sulla
frizione è stato più difficile dell'esame di Anatomia
Patologica". A luglio ero patentato, pronto al lavoro e così ho
iniziato a lavorare. Quante misurazioni di pressione, quante
pratiche di malattia per braccianti agricoli. All'inizio le
persone erano un po' diffidenti, perchè sebbene non avessi fatto
male ad una mosca, avevo una barba nerissima che mi faceva
sembrare piuttosto aggressivo. Poi, piano, piano, spinti
probabilmente dal bisogno, incominciarono a venire allo studio
per essere visitati, perché per loro meraviglia c'era un medico
che al di là delle prescrizioni, visitava, e si assumeva qualche
responsabilità nelle diagnosi,anche se allora non c'era come
oggi la "medicina difensiva". Ritornato il titolare, questi
passò una settimana a cambiare le mie terapie o meglio a
modificare solo il nome commerciale del farmaco che avevo
prescritto, mantenendo però il principio attivo da me
utilizzato. Avevo instaurato un buon rapporto con le persone,
molte ho continuato a curarle anche quando la sostituzione finì.
Per anni ho fatto la guardia medica, prima dell'istituzione del
118, quando ogni tanto, fortunatamente, per tutti c'era una
emergenza da gestire e dove certe volte mi sentivo come il
tenente Drogo ne:"Il Deserto dei tartari" di Buzzati. Ormai non
mi terrorizzavo per il tono drammatico delle telefonate che
arrivavanoin postazione. Riuscivo a rimanere sempre lucido e calmo anche quando
c'era qualche caso difficile da gestire, ma occorre dire che
un'autoambulanza per arrivare in postazione impiegava fino ad
un'ora, quindi occorreva intervenire rapidamente e con
decisione. Il primo incarico è stato il giorno di ferragosto, in
un comune vicino a quello in cui ancora abito, che allora era
per me completamente estraneo. Faceva caldo già dal primo
mattino. Alle otto puntuale come un orologio svizzero, mi
presentavo in postazione per il mio primo turno di ventiquattro
ore. Dimenticavo, io sono bergamasco, o meglio figlio di
bergamasco e di mamma calabra di Spezzano Sila, dove sono
cresciuto e dove si parla un dialetto un po' diverso, da quello
del paese
in cui mi apprestavo a svolgere la mia attività. All'inizio le solite misurazioni di pressione
occasionali. A metà mattina la prima chiamata:"Sugo aveva il mangizzo". Trovavo la casa
di Gugo, che in realtà
si chiamava Ugo (la lettera G a quelle latitudini si mette
davanti alle vocali), e il mangizzo che per me poteva essere qualsiasi cosa, era invece
il prurito. Forse quel paese era stato un'enclave francese, dove
il prurito si traduce demangeoson. Ma la giornata mi riservava altre opportunità per
ampliare il mio vocabolario. Alle quattordici, arriva una
telefonata dal tono drammaticissimo:
"Dottore correte immediatamente, è un'urgenza, G. ha un
riscaldamento" Per strada cercavo di capire
cosa fosse il riscaldamento. Ebbene era una volgarissima
diarrea, che per giunta aveva colpito un energumeno di cento
chili (dove erano finiti i veri uomini, pensavo!) Il problema più grosso non era la gravità delle
patologie da affrontare, ma la comunicazione. In quel momento ho
capito il collega Franco che da Cosenza si era spinto in Val
Trompia, profondo nord. Qualche giorno prima aveva ricevuto una
richiesta di visita domiciliare da un autoctono, che gli aveva
detto:"Me fa mal ol co", (mi fa male la testa), e lui chissà cosa aveva
capito.... Tutto andò bene fino alle due del mattino, quando ho
sentito bussare alla porta, ho aperto e per la prima volta mi
hanno fatto quella domanda che negli anni successivi mi è stata
rivolta un sacco di volte: "Lei è il medico?" Mi sono sempre chiesto il perché di questa domanda.
Forse non avevo la phisique du role. In effetti il mio aspetto
fisico, oltre i cento chili e con una barba nerissima, era più
quello di un combattente di wrestling che di un seguace di
Ippocrate. Il signore che mi porgeva la domanda era una persona
distinta e mi diceva:"Venite subito, mia
moglie ha una crisi di
cuore" Quella volta non era una semplice
influenza, non erano ancora i tempi i ER né del 118, per cui eri
tu e solo tu a dover gestire un'emergenza, con
l'ospedale distante dalla postazione. Le
prestai le cure del caso, e anche dopo che la signora si era
riprese dalla crisi rimasi un bel po' di tempo prima di tornare
in postazione. Ho passato il resto della notte come una sentinella.
Rivedevo il mio intervento e mi chiedevo se avessi fatto la cosa
giusta. Al mattino uscii, il turno era finito, sono passato
davanti casa della signora per vedere se per caso durante la
notte fosse successo qualcosa, ma era tutto calmo, anzi la vidi
mentre apriva il balcone di casa. La mia prima emergenza
affrontata si era risolta positivamente. Quel ferragosto mi
trovavo lì perché avevo fatto il cambio con il collega che ha
poi battezzato mia figlia. Non ci crederete, ma quando mi è
capitato di sostituirlo ancora capitavano i casi più delicati!
Era la maledizione di P., o meglio era lui particolarmente
sfortunato, perché anche a lui capitavano casi difficili. Da allora sono passati più di venti anni. Tangentopoli,
la caduta della prima Repubblica, l'avvento della seconda, mi
sono sposato e per quasi un anno, mia moglie contrariamente a
quanto avviene ancora oggi di solito, mi accompagnava al lavoro
facendomi da autista ( anche oggi stento a trovare qualcuno che
si fidi della mia guida) è nata mia figlia, l'euro ha preso il
posto della lira. Oggi ho superato anche se di poco il mezzo
secolo di vita, non faccio più la guardia medica (oggi
continuità assistenziale), ho continuato studiare,misonospecializzato,hofattomasters,corsidiformazione,pubblicazioni,edall'organizzazionedeiservizisanitari, dal controllo di gestione,
ali'ADI, passando poi per la
specialistica ambulatoriale, sono arrivato all'epidemiologia.
Il mio lavoro consiste nel cercare di
capire i bisogni di salute ele
mieanalisi dovrebbero orientare le
politiche sanitarie. Non sono diventato un direttore d'orchestra, mi sento un
discretoviolino di prima fila, e forse è meglio
così. Sono tanti gli interessi extra lavoro, i viaggi, gli
amici, l'impegno sociale, la lettura e tanto altro ancora. Il
segreto è davvero stare bene conse
stessi prima che con gli altri.................. Mi mancano quei contatti con le persone,
e sono lontani i tempi in cui visitavo fino a quaranta persone
al giorno, e anche dopo, nei miei primi incarichi alle USL,
quando rilasciavo autorizzazioni sanitarie, le più disparate
cercando di mediare il più possibile tra le esigenze del singolo
e le ristrettezze della legge. E sapete cosa succede ogni tanto?
Mi capita di essere fermato da qualcuno, che ho visitato o a cui
ho autorizzato qualcosa e che si ricorda di me il dottore
"grosso con la barba". E' questo che mi gratifica più di ogni
altra cosa. Per una glicemia mossa, uso un eufemismo, ho perso
20Kg e tagliato la barba, ma sono sempre la stessa persona,
sempre disponibile con tutti, specie i meno fortunati. Avevano ragione Ezio e Gilda: esiste un lavoro migliore,
di quello che ti fa dedicare al prossimo con tutto te stesso per
far stare bene gli altri? Chissà !!. Questa notte che corre e il futuro che viene a darci
fiato (Ivano Fossati)